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L’invasione dell’inglese nella lingua italiana: arricchimento o distruzione?

by Tiziana Pacini
on Gennaio 26, 2013
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Due giorni fa è uscita la notizia secondo cui in Francia è stata abolita per legge la parola "hashtag", il famoso cancelletto utilizzato su Twitter per indicare un tema o un contenuto interessante. La Commissione generale per la terminologia e i neologismi ha ufficializzato la francesizzazione del termine Mot-Diese scatenando sul web una prevedibile satira e discussione soprattutto sull'annosa questione dei francesi snob, patriottici ed eccentrici: "@Gizmodo : French government historical highlights: cut heads, invade Russia in winter, collaborate with Hitler, abolish hashtag".


Un altro esempio di quanto i francesi siano legati alla loro lingua è la sostituzione dell'internazionale parola computer con "ordinateur", poi ditemi che non hanno la puzza sotto al naso! È come se noi usassimo il temine "calcolatore": più che ad un piccolo netebook riesco a pensare solo ad un pachidermico scatolotto anni '60 pieno di pulsanti rossi e blu...

 

E mentre in Francia si tutela il patrimonio linguistico e culturale locale, in Italia la tendenza è esattamente opposta: le parole prese a prestito dal mondo anglosassone sono sempre di più tanto da fondare il termine "itanglese" per definire l'invasione di vocaboli stranieri nel corrente dizionario italiano, rasentando spesso l'abuso. Dal 2000 ad oggi infatti il numero di parole inglesi confluite nella lingua scritta italiana è aumentato del 773%: quasi 9.000 sono gli anglicismi attualmente presenti nel dizionario della Treccani su circa 800.000 tra lemmi ed accezioni.

 

L'influenza linguistica esterofila inizia a manifestarsi nel XVII secolo, ma solo negli ultimi decenni del Novecento assume dimensioni rilevanti. La colpa è da accollare in gran parte al marketing e alla finanza, si parla infatti di fare brainstorming, organizzare una conference call con i partner e discutere di mission aziendali durante meeting specifici.

 

Alcuni termini fanno parte della quotidianità da sempre: chi non ha mai augurato un buon weekend o chiesto all'amica di andare a fare shopping? O ancora, nessuno parla di posta elettronica e chi si lascia non rimane nubile o celibe, ma semplicemente single.
C'è però chi non si accontenta di mutuare termini da altre lingue, un fenomeno abbastanza comune è la derivazione, ovvero l'aggiunta di suffissi italiani a termini inglesi, nascono così obbrobri come speakeraggio, sponsorizzazione o brandizzazione.

 

Chi parla solo l'italiano oggi rischia il flop dell'incomunicabilità, ma il rischio ancora più grande è che si perda la bellezza di una lingua complessa e ricca come la nostra o che l'inquinamento provochi una seria preoccupazione per il suo stato di salute. Ben vengano l'inserimento di nuovi termini a fronte di prodotti prima inesistenti soprattutto tecnologici (wifi, blue tooth, software, mail) ma attenzione all'usura o peggio alla banalizzazione della lingua. Il vero pericolo è che l'uso e l'abuso di anglicismi ci porterà un giorno a parlare tutti come la Minetti e chiedere a chiunque di "essere briffati".

Presentazione Autore
Tiziana Pacini

Tiziana vive senza lifting a Rimini e lavora da due anni a Cesena: il tempo trascorso in auto, inizialmente considerato perso, diventa un momento per organizzare la giornata, per pensare, creare, sorridere. La sua vita è un salto a piedi nudi in una pozzanghera desiderando sia profonda.


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  • Remo

    Al momento è solo distruzione, o meglio: sostituzione. L'arricchimento ci sarebbe se le parole inglesi una volta entrate strabilmente nell'uso subissero un processo adattamento morfologico e fonologico diventando indistinguibili dalle altre parole italiane, così com'è accaduto per secoli. Ma oggi i forestierismi si prendono crudi e rimangono crudi, anzi guai ad adattarli, e con ciò si condanna la lingua italiana allo stravolgimento e quindi alla sua fine. Comunque 'shopping' può essere benissimo sostituito con compere, e il weekend con fine-settimana, se cio non avviene è proprio per questioni di pigrizia o di ignoranza linguistica, o frose di snobismo linguistico all'inverso: uso le parole inglesi al posto della italini per sembrare più figo. E tra i due tipi di snobismi, preferisco di gran lungo quello gallico a quello italico.

  • Marco

    Esiste anche la parola "franglais" per indicare la contaminazione dell'inglese sul francese. In ogni caso, è pazzesco come tutte le volte che l'Académie ratifica una traduzione (che la pubblica amministrazione deve usare, secondo la legge Toubon) i francesi sono accusati di snobismo, mentre non sento una sola voce che contesti gli spagnoli, i quali traducono molto più dei francesi e le parole di altre lingue le trascrivono secondo la fonologia castigliana.
    Anche in greco si traduce molto: computer è "υπολογιστής" e mouse è "ποντίκι", per esempio.
    Credo che, più che una contestazione nel merito della politica linguistica, la questione sia l'eterna insofferenza nei confronti della Francia. La Grecia non la conosciamo proprio, a parte Achille e le vacanze; e la Spagna ci piace perché gli spagnoli sono ancora più casinari di noi.
    E l'italiano è continuamente invaso da anglicismi semplicemente perché non amiamo né lui né l'Italia.

  • rosario

    dite quello che volete,la nostra bella lingua va difesa perche` e` un grande patrimonio,sia per gli`italiani, che per il resto del mondo, che c`e` la invidia...... il primo colpevole e` il governo che investe in questo settore una vera miseria! che acconti fatti non risparmia ma ci rimette di grosso......Rosario.

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